Nel lontano e caotico 1949, Lucien Febvre pubblicò un’opera, divenuta presto celebre in tutta Europa, intitolata Apologia della storia, scritta dall’amico e collega Marc Bloch, cofondatore della nota rivista Annales. Un testo che è oggi considerato il testamento intellettuale di Bloch: un pensatore enigmatico ed eretico, capace di rivoluzionare in profondità il mestiere dello storico. Qui, attraverso i suoi noti occhiali rotondi – quasi fossero lenti d’ingrandimento puntate sul tessuto vivo della società – Bloch si impegnò in un’impresa tanto ambiziosa quanto vitale: prendere le parti della disciplina che aveva amato e praticato per tutta la vita, la storia. Non difenderla per semplice corporativismo. Difenderla in quanto necessaria, soprattutto in virtù della profonda crisi culturale europea di inizio ‘900. Il libro, pubblicato postumo, si apre con una richiesta che il figlio rivolge al padre: «Papà, spiegami a che serve la storia».
Questa domanda, solo apparentemente ingenua, è la stessa che mi è stata posta di recente da una persona a me cara. Lo sguardo critico, però, non è stato rivolto alla storia, il cui valore – seppur solo formalmente – viene oramai riconosciuto, ma alla filosofia. Una disciplina, quest’ultima, che mai come in questo periodo storico viene ritenuta secondaria, inutile, a tratti persino dannosa. Urge, allora, come lo stesso Aristotele fece 2300 anni fa, ritornare su questo punto, analizzandolo filosoficamente. Un compito che cercherò di assolvere con lo strumento che la stessa filosofia ci mette a disposizione: il pensiero critico e razionale. Per mostrare come questa attività non sia affatto marginale o accessoria, ma il baricentro stesso dell’esistenza, articolerò la riflessione in tre punti essenziali:
- Non si può non filosofare.
- La filosofia non è mai solo ragionamento astratto.
- L’utilità immediata non è l’unica forma di utilità.
1. Non si può non filosofare
Una credenza dilagante tra chi è estraneo alla materia è che si possa vivere serenamente senza mai filosofare. Non solo: persino all’interno della comunità scientifica – che pure alla filosofia deve categorie, metodo e lessico – aleggia spesso la convinzione che scienza e filosofia siano discipline slegate, se non addirittura contrapposte. Sarà forse paradossale, ma provo più simpatia e comprensione verso i primi che per i secondi. Infatti, se per comprendere il legame tra scienza e filosofia basta osservare l’evoluzione storica del metodo scientifico, molto più arduo è rendere evidente come il filosofare non sia soltanto un’attività importante, ma addirittura inevitabile, indipendentemente da quale sia il mestiere o l’attività che svolgiamo.
Partiamo allora dal termine filosofia: amore (philo) per la sapienza o saggezza (sophia). Già il nome ci indica come alla base di questa attività risieda una disposizione dell’intelletto, ma soprattutto dell’animo, verso la conoscenza. È una definizione affascinante ed evocativa, ma per certi versi anche lacunosa e troppo generale. Tutte le culture, fin dalle origini, hanno cercato infatti di rispondere al bisogno di conoscere: la fede, la mitologia, le cosmologie arcaiche, sono tutte forme di risposta a tale necessità. La filosofia, però, si differenzia dalle precedenti per il suo metodo: parte dall’osservazione del mondo fisico e lo indaga attraverso la ragione, non affidandosi a rivelazioni da accettare né a forme di pensiero magico. Persino quando prende in considerazione l’idea di una realtà divina, lo fa cercando di spiegarla attraverso argomentazioni logiche. In questo senso, filosofare significa voler conoscere la realtà – fisica o metafisica – attraverso l’osservazione e il ragionamento.
Come si può ben notare, e in questo risiede il cuore della mia tesi, non c’è nulla di puramente astratto o estraneo in tutto ciò. L’uomo utilizza la ragione ogni qual volta si trova di fronte a una scelta, soprattutto quando essa non è guidata soltanto dall’istinto primario della sopravvivenza. Lo facciamo, per esempio, quando scegliamo un alimento biologico perché la salute è per noi un valore; quando preferiamo la bicicletta all’auto perché riteniamo giusto rispettare l’ambiente; o quando decidiamo di cambiare lavoro perché sentiamo che quella strada non ci rappresenta più. In ognuno di questi casi, l’azione passa inevitabilmente attraverso una riflessione, più o meno consapevole, sulla nostra identità, sui nostri valori, sull’ambiente in cui viviamo e sulle possibilità che abbiamo. In altre parole: sentiamo dentro di noi il bisogno di fare filosofia. Per questo, si può dire che non possiamo non filosofare. Possiamo piuttosto scegliere come farlo: in modo superficiale, acritico, persino disfunzionale – come accade quando i nostri ragionamenti finiscono per generare angoscia, ossessioni, psicopatologie – oppure in modo critico e consapevole.
Come vale per la comunicazione, dunque – non si può non comunicare, ma si può farlo bene o male – così accade per il ragionare. E la disciplina che ci aiuta a farlo bene, a renderlo coerente, fertile e costruttivo, è proprio la filosofia.
2. La filosofia non è mai solo ragionamento astratto
Strettamente legata al primo punto è la tesi secondo cui la filosofia, in quanto attività umana, non sia il risultato di un semplice ragionamento astratto, originato dal vuoto e destinato al nulla. Al contrario, essa è sempre collocata in uno spazio e in un tempo – in altre parole, in un contesto – e si sviluppa a partire dall’osservazione del mondo fisico e delle sue leggi.
Su questo aspetto è rilevante la riflessione di Massimo Cacciari, nella sua recente opera Metafisica concreta. Qui il filosofo sottolinea come persino la metafisica – spesso percepita come la disciplina filosofica più astratta e teoretica – nasca in realtà da una riflessione sulla physis, cioè sulla natura. Aristotele stesso intendeva la filosofia non come un discorso sospeso nel vuoto, ma come l’indagine dell’essere in quanto essere: ciò che rende possibile ogni realtà concreta che sperimentiamo e descriviamo, dall’albero che cresce all’uomo che agisce. La metafisica, dunque, non è separata dalla concretezza del mondo, al contrario ne indaga le condizioni più universali.
Una conferma di questa prospettiva la si trova anche nei lavori di Pierre Hadot, e in particolare nella sua celebre opera Che cos’è la filosofia antica. Qui l’autore ha mostrato, con rigore storico e finezza filologica, come la filosofia, sin dalle sue origini classiche, sia stata un’attività intrinsecamente legata a un modo di vivere. Da Socrate a Seneca, passando per Platone e Aristotele, il vero filosofo era colui che faceva della filosofia la propria vocazione e, al tempo stesso, il proprio strumento per vivere bene, ossia coerentemente alle proprie idee. Pensare il bene era il primo passo per agire bene; così come interrogarsi sulla conoscenza era condizione necessaria per giungere a un sapere, riprendendo un’espressione di Edgar Morin, liberato da “errori e illusioni”. Ne nasce dunque una circolarità virtuosa tra ragionamento e comportamento, due attività inseparabili e interdipendenti che, se mantenute coerenti, culminavano nella saggezza – la vera meta di ogni filosofo.
3. L’utilità immediata non è l’unica forma di utilità
Resta, infine, l’obiezione più ostinata: l’idea che la filosofia sia sostanzialmente inutile. Ma prima ancora di respingerla, occorre compiere un gesto propriamente filosofico, ossia interrogare il presupposto fondante al fine di decostruirlo. Che cosa intendiamo, infatti, quando parliamo di utilità? O meglio, quando una cosa, un’azione o persino un’intera disciplina possono dirsi davvero inutili? Le strade principali sono due:
La prima, la più immediata, è quella che lega l’utilità a ciò che un’attività produce di materiale e tangibile. Nessuno, ad esempio, metterebbe in dubbio l’utilità del lavoro di un calzolaio che ripara le scarpe, né quella di un sarto che cuce un vecchio abito e gli dona nuova vita. In questo senso l’utilità si misura in termini di risultati pratici e immediatamente percepibili. Tuttavia, se ci attenessimo a questa definizione ristretta, gran parte delle professioni contemporanee verrebbero bollate come inutili, poiché sempre più basate sulla produzione di servizi piuttosto che di beni concreti.
La seconda via, più ampia ma non meno pragmatica, è quella che misura l’utilità in termini di efficacia e cambiamento: qualcosa è utile se funziona o se lascia un segno, se produce una trasformazione significativa nella nostra vita. In quest’ottica, una seduta di psicoterapia è utile se ti avvicina all’autonomia, così come leggere un libro è utile se amplia la tua comprensione del tema. Ora, è importante considerare come il cambiamento non sia però un fenomeno univoco, ma al contrario un processo che può assumere forme eterogenee. Ad esempio può essere improvviso e radicale, come un licenziamento inaspettato o un amore fulmineo; ma anche procedere in modo lento e quasi impercettibile, come quando impariamo a suonare un nuovo strumento musicale. Spesso, poi, le due modalità si intrecciano: un evento catastrofico apre un lungo processo di rielaborazione interiore, oppure minime variazioni ripetute preparano il terreno a una svolta radicale.
Quello che è evidente è che il cambiamento non si riduce a ciò che è immediatamente visibile o tangibile; al contrario può essere graduale, silenzioso, ma non per questo meno significativo. Ed è proprio in questa prospettiva che l’utilità della filosofia emerge con chiarezza: fin dal mondo classico, essa si è configurata come la disciplina del cambiamento per eccellenza, la pratica che più di ogni altra educa alla vita. Non perché offra risposte definitive, ma perché insegna l’arte delle domande, abitua a confrontarsi con i propri limiti e, insieme, ad andare oltre, con rigore critico e creatività. Mostra come le grandi questioni dell’esistenza – il bene, la giustizia, la morte, la conoscenza – non siano speculazioni remote, ma nodi concreti da cui dipendono le nostre scelte quotidiane. Per questo, pur non producendo beni materiali come scarpe, pane o vestiti, la filosofia resta indispensabile: è ciò che ci permette di dare senso e orientamento al nostro agire, trasformandolo da gesto cieco in un fare consapevole e pensato. In questo senso, la sua utilità non si esaurisce mai.
