Gli studi sulla leadership costituiscono un settore di ricerca delle scienze umane e sociali di moderna costituzione. Un autore chiave e centrale per lo sviluppo di questo indirizzo è stato, senza dubbio, il sociologo tedesco Max Weber e la sua opera Economia e società, pubblicata postuma nel 1922. Tuttavia, le riflessioni su tale argomento hanno radici assai più profonde, e hanno coinvolto i pensatori più acuti e brillanti della storia dell’umanità, da Lao Tzu e Confucio in Oriente a Platone e Plutarco in Occidente. Tra le fonti spesso ignorate, ma estremamente ricche e stimolanti, troviamo inoltre le vite e le opere dei padri della cultura occidentale, ossia i filosofi che per primi hanno studiato razionalmente l’uomo e la sua natura.

Fino alla seconda metà del XX secolo, però, lo studio dei classici ha privilegiato l’analisi teorica delle differenti dottrine, sottovalutando il loro valore pratico, educativo e trasformativo. Grazie ai lavori di Michel Foucault (L’Herménetique du sujet. Cours au Collège de France, 1981-1982) e Pierre Hadot (Exercices spirituels et philosophie antique, 1981), abbiamo tuttavia assistito a un cambiamento significativo di prospettiva. Hadot, in particolare, seguendo il suggerimento offertogli da Proust — secondo cui “la vera scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” — ci ha fatto notare un aspetto affascinante e spesso trascurato:

Socrate, Platone e Aristotele, così come altri filosofi, prima che essere impegnati in riflessioni e dissertazioni di carattere teoretico, erano soprattutto uomini d’azione, guide e mentori delle loro comunità,

I loro insegnamenti non si limitavano alla sfera dell’astrazione filosofica, ma si manifestavano concretamente nel loro modo di vivere. Erano leader nel senso più nobile e profondo del termine, vivendo in comunità con i loro seguaci e incarnando valori di virtù, saggezza e responsabilità.

A tal proposito, è interessante notare come le teorie moderne sulla leadership — si pensi ai lavori di Edgar H. Schein o di Hersey e Blanchard — descrivano il leader ideale come una persona dotata di un forte senso etico, di valori solidi e della capacità di fungere da facilitatore e formatore. Un’idea non del tutto nuova, poiché apparteneva già, con oltre due millenni di anticipo, ai filosofi dell’antichità.

Socrate, ad esempio, con la sua arte maieutica — una pratica dialogica fondata sul valore esplorativo delle domande — può essere considerato il precursore del coaching moderno, una pratica di sviluppo nata in America ma divenuta sempre più diffusa anche nel contesto europeo. Ma non solo: anche Platone, il suo più stretto e noto seguace, dopo aver abbandonato le proprie mire politiche a seguito della condanna a morte del maestro, si dedicò a preparare i futuri leader, formando individui capaci di guidare con saggezza la comunità. Con tale scopo istituì l’Accademia e scrisse opere come La Repubblica, dove per primo esplicitò lo stretto legame tra potere e sapere, introducendo la celebre figura del Re-filosofo.

Infine, Aristotele di Stagira, allievo dello stesso Platone, con la sua Etica Nicomachea si propose di analizzare le virtù e la buona governance, offrendoci una visione della leadership fondata su valori etici e responsabilità. È interessante notare, a tal proposito, come quest’ultimo sia stato il precettore di Alessandro Magno, forse il più grande condottiero dell’antichità, passato alla storia per le sue gesta compiute in Medio Oriente.

Un altro aspetto trascurato, ma fondamentale, della leadership dei filosofi antichi era la loro capacità di modellare attivamente la cultura delle proprie comunità, attraverso quelli che Pierre Hadot definisce “esercizi spirituali”. Questi esercizi, sia individuali che comunitari, non solo favorivano la formazione etica e intellettuale dei discepoli e degli stessi filosofi — che davano l’esempio praticandoli in prima persona — ma contribuivano anche a costruire una cultura comunitaria fondata su comportamenti etici, dialogo e insegnamento reciproco.

Questa visione, curiosamente, trova un riscontro diretto nel concetto di leadership trasformazionale, coniato dallo storico americano James MacGregor Burns nel 1978. All’interno della sua opera Leadership, l’autore sostiene che il potere persuasivo del leader, e la sua capacità di essere percepito come guida, si realizzano quando egli, impegnandosi personalmente nei processi di autorealizzazione, evolve e progredisce insieme ai suoi seguaci, rispondendo ai loro bisogni di appartenenza e di crescita (Leadership, 1978).

In altre parole, così come gli esercizi spirituali dell’antichità miravano all’agire concreto sulla triade inseparabile di leader, seguaci e comunità, il modello di Burns definisce la leadership trasformazionale come una relazione circolare fondata sull’ispirazione e sulla condivisione valoriale, il cui esito si manifesta nel reciproco perfezionamento etico e psicologico, che riguarda tanto i singoli quanto il gruppo nella sua totalità.

Dunque, così come i leader moderni devono costantemente porsi nelle condizioni di rappresentare i valori e l’identità del gruppo, allo stesso modo i filosofi antichi non si limitavano a trasmettere teorie e virtù, ma le incarnavano, creando una cultura comunitaria basata sulla coerenza e sull’esempio. Ogni dialogo e dissertazione assumeva allora un valore pratico e trasformativo, servendo da fondamento per la formazione di un autentico modo di vivere condiviso.

Ed è proprio da quest’ultima considerazione che emerge un insegnamento tanto inequivocabile quanto ineludibile:

la leadership non è solo una questione di parole, ma di azioni che parlano più forte delle parole stesse. La sua vera essenza, infatti, risiede innanzitutto nella coerenza tra ciò che si predica e ciò che si pratica, ossia tra gli insegnamenti impartiti e i comportamenti quotidiani esibiti. A tal proposito, è Seneca a ricordarci, con questa massima illuminante, perché tale aspetto sia fondamentale per chi assume il ruolo di guida:

La parola viva e la vita in comune ti gioveranno più del discorso scritto. Dovrai praticare una realtà che ti sia consueta, prima di tutti perchè gli uomini credono di più ai loro occhi che alle loro orecchie; inoltre perchè lunga è la via dei precetti, corta e infallibile quella degli esempi.